Duroy, che quella sera si sentiva il cuore allegro, disse sorridendo:
"Siete di umore nero, stasera, caro maestro".
Il poeta rispose: "Sono sempre di umore nero, ragazzo mio, e fra qualche anno lo sarete anche voi. La vita è un'altura. Finché si sale, si guarda in alto, e ci si sente felici; ma quando si arriva in alto, si scorge di colpo la discesa, e la fine che è la morte. Ci si mette tanto a salire, ma si fa presto a scendere. Alla vostra età, si è allegri. Si sperano tante cose, che d'altronde non avverranno mai. Alla mia, non si aspetta altro che... la morte".
Duroy si mise a ridere: "Diavolo, mi spaventate!".
Norbert de Varenne riprese: "No, voi non mi capite, oggi, ma ricorderete più avanti quello che vi dico in questo momento. Capita un giorno, vedete, e per molti capita presto, in cui si smette di ridere, come si suoi dire, perché dietro a tutto ciò che si guarda, si vede la morte... Oh! voi non comprendete neanche questa parola: la morte. Alla vostra età non significa nulla. Alla mia età è terribile. Si comprende di colpo, e non si sa perché, né per quale motivo, e allora tutto muta aspetto, nella vita. Io, da quindici anni, la sento che mi rode, come se portassi in me una bestia. L'ho sentita a poco a poco, mese per mese, ora per ora, devastarmi come una casa che sta per crollare. Mi ha talmente trasformato che non mi riconosco più. Non v'è più nulla in me dell'uomo raggiante, fresco e forte che ero a trent'anni. L'ho vista tingere di bianco i miei capelli neri, e con quale lentezza sapiente e cattiva! Mi ha preso la pelle soda, i muscoli, i denti, tutto il mio corpo di un tempo, per lasciarmi soltanto un'anima disperata, e ruberà tra breve anche quella... Sì, mi ha ridotto a pezzi, la sgualdrina, lentamente, terribilmente ha compiuto la lunga distruzione del mio essere, momento per momento. E adesso mi accorgo di morire in ogni cosa che faccio. Ogni passo mi avvicina a lei, ogni movimento, ogni respiro, affretta il suo odioso lavoro. Respirare, dormire, mangiare, bere, lavorare, sognare, tutto quello che facciamo, è morire. Vivere, insomma, è morire! Oh! se sapeste ciò! Se rifletteste solo per un quarto d'ora, la vedreste... Che cosa aspettate? Ancora qualche bacio, e sarete impotente.
E dopo? Il denaro? per che farne? per pagare le donne? Bella felicità! Per mangiare molto, diventare obeso e gridare per notti intere sotto i morsi della gotta? E poi ancora la gloria? A che cosa serve quando non la si può cogliere sotto la forma dell'amore? E dopo? Sempre la morte, per finire... Adesso, la vedo tanto da vicino, che spesso ho voglia di allungare le braccia per respingerla. Copre la terra, riempie lo spazio. La riconosco dappertutto. Le bestioline schiacciate per la strada, le foglie che cadono, i peli bianchi nella barba di un amico, mi straziano il cuore e mi gridano: Eccola! Mi rovina tutto quello che faccio, tutto quello che vedo, che mangio, che bevo, che amo, il chiaro di luna, il sorgere del sole, il mare aperto, i bei fiumi e l'aria delle sere d'estate, così dolce a respirare!".
Camminava piano un po' affannato, sognando ad alta voce, quasi senza ricordarsi di essere ascoltato.
Riprese: "Mai un essere che si ripeta, mai... Si serbano i calchi delle statue, i modelli degli oggetti per rifarli sempre eguali; ma il mio corpo, il mio viso, i miei pensieri, i miei desideri non riappariranno mai. E tuttavia nasceranno milioni, miliardi di esseri che avranno in pochi centimetri quadrati un naso, due occhi, una fronte, le gote, la bocca come me, e un'anima come la mia, senza che mai ritorni io, senza che mai qualche cosa mia, riconoscibile, riappaia fra queste creature innumerevoli e diverse, diverse all'infinito, sebbene approssimativamente eguali...A che cosa tendere? Verso chi gettare un grido di disperazione? In chi possiamo credere? Tutte le religioni sono stupide, con la loro morale puerile, le promesse egoistiche, mostruosamente cretine. Soltanto la morte è certa".
Tacque, prese Duroy per le punte del bavero del cappotto e, con voce lenta:
"Pensate a questo, giovanotto, pensateci per giorni, mesi, anni, e vedrete l'esistenza in un altro modo. Cercate di liberarvi da tutto ciò che vi trattiene, fate il sovrumano sforzo di uscire vivo dal vostro corpo, dai vostri interessi, dai vostri pensieri, dall'umanità intera, per guardare da un'altra parte, e capirete come abbiano poca importanza le dispute fra romantici e naturalisti, e la discussione sul bilancio".
Si rimise a camminare rapidamente.
"Ma conoscerete anche la spaventosa solitudine dei disperati. Vi dibatterete smarrito, sopraffatto, nelle incertezze. Griderete "aiuto!" da tutte le parti, e nessuno vi risponderà. Tenderete le braccia, chiamerete per essere soccorso, amato, consolato, salvato: e non verrà nessuno... Perché soffriamo così? Perché eravamo nati sénza dubbio per vivere di più secondo la materia e meno secondo lo spirito; ma a forza di pensare, si è creato uno squilibrio fra la nostra intelligenza aumentata e le condizioni immutabili della nostra vita. Guardate i mediocri: a meno che non piombino loro addosso le grandi sventure, sono contenti, non soffrono della sventura comune. Neanche le bestie la sentono."
Tacque di nuovo, rifletté qualche secondo, poi con aria stanca e rassegnata: "Io sono un essere perduto. Non ho né padre, né madre, né fratello, né sorella, né moglie, né figli, né Dio".
Dopo un silenzio aggiunse: "Non ho che il verso".
E alzando la testa verso il firmamento, dove splendeva la faccia pallida della luna, declamò:
Dell'oscuro problema io cerco la parola Nel cielo nero dove livido un astro affiora.
Arrivarono sul ponte della Concordia, lo attraversarono in silenzio, poi rasentarono il Palazzo Borbone. Norbert de Varenne si rimise a parlare:
"Prendete moglie, amico mio, non sapete che cosa significhi essere solo alla mia età. Oggi, la solitudine mi colma di un'angoscia terribile. La solitudine in casa, vicino al fuoco, la sera. Mi sembra allora di essere solo sulla terra, spaventosamente solo, ma circondato da vaghi pericoli, da cose sconosciute e terribili; e la parete, fra me e il vicino che non conosco, mi separa da lui come dalle stelle che vedo dalla finestra. Sono preso da una specie di febbre, febbre di dolore e di paura, e il silenzio dei muri mi spaventa. E' profondo e triste il silenzio della stanza dove si vive soli. Non è soltanto il silenzio intorno a un corpo, ma il silenzio intorno a un'anima, e, quando un mobile scricchiola, si trasale fino in fondo al cuore, perché non ci si aspetta nessun rumore, nella casa tetra".
Tacque ancora una volta, poi aggiunse: "Eppure, quando si è vecchi, farebbero tanto bene i bambini!".
Erano arrivati a metà di me de Bourgogne. Il poeta si fermò davanti a una casa alta, suonò, strinse la mano di Duroy, e gli disse: "Dimenticate questa filastrocca di vecchio, giovanotto, e vivete secondo la vostra età; addio!".
E sparì nel corridoio nero.
Nessun commento:
Posta un commento